Innovazione, impresa e ‘cowboy mentality’

di Melania Pecoraro

Vi presento Philip R. Zimmermann, personaggio molto americano (per aspetto, per stile, per umorismo), ma con un’apertura mentale e una vocazione culturale europea che sorprendono piacevolmente. Così non mi trovo di fronte un Vip pieno di sè che fa battute a cui ride da solo, ma una persona sobria e disponibile, che prende molto seriamente il suo intervento su queste pagine che sa essere rivolte al mondo dell’innovazione e delle start up d’Italia. Ci colleghiamo in videochat a 10.200 chilometri di distanza e 9h di fuso orario e ci mettiamo comodi.

Phil, che cosa significa per te innovare?

Personalmente tendo a innovare per risolvere un mio problema: sono io il primo utilizzatore delle mie invenzioni. Pgp (Pretty good privacy, un pacchetto software crittografico, originamente ideato come uno strumento per i diritti civili, Pgp è stato pubblicato su internet nel 1991) è un esempio, volevo essere in grado di comunicare in modo sicuro. Solo in seguito mi sono reso conto che avrebbe potuto dare un forte contributo alla difesa dei diritti umani.

L’innovatore: chi è costui?

L’innovatore è una persona con una forte tendenza all’indipendenza, uno che non sarà mai un semplice ‘follower’. Allo stesso tempo però deve saper scegliere le persone giuste con cui lavorare. Di buone idee ce ne sono tante: è la loro esecuzione che fa la differenza.

Come si fa a trasformare una grande idea in un business di successo?

Prima inzi a lavorarci nel tuo tempo libero e poi ti rendi conto se vale la pena investire. Lo senti e ci investi, o cerchi chi lo può fare. Ma tutto parte dai weekend di lavoro ed entusiasmo nella propria stanza: è lì che si comincia a cambiare il mondo.

Parliamo del mondo del venture capital: Business angels o Business devil?

I veri Business angel sono motivati a raggiungere lo scopo dell’innovazione che decidono di sostenere. Per esempio, i Business angel che hanno investito in Pgp credevano nell’importanza di difendere la libertà e la privacy e questo li ha spinti a cercare anche altri investitori. E’ vero che però spesso si incontrano dei mercenari, interessati solo ai profitti. Non voglio essere ipocrita: i risultati finanziari ovviamente contano, ma la prima motivazione dovrebbe essere una vera condivisione dello scopo nobile del progetto che si finanzia.

Come sono nati Pgp e Zrtp?

Tutto nasce a cavallo degli anni ’80 e ’90 dal mio attivismo politico nel Peace movement americano (contro la corsa agli armamenti durante la Guerra fredda, ndr). Noi attivisti dovevamo poter comunicare in modo protetto e anche salvare dati che il Governo non fosse in grado di aprire. Quindi nella mia attività di progettazione non ho pensato subito in termini di business ma alla difesa dei diritti umani. Mi interessava soprattutto il tema della telefonia sicura, ma la tecnologia non era pronta così sono partito con la mail e, passati gli anni più incandescenti, ho elaborato Pgp. In termini di obiettivi, Zrtp rappresenta la naturale evoluzione di Pgp.

Che cosa ha significato per te il Peace movement?

Devo dire che le mie motivazioni erano estremamente private: i miei figli sono nati nel 1980 e nel 1985 e io ero determinato a battermi per offrire loro un mondo migliore.

Poi nel 1991 arriva Pgp e nel 2007 Zrtp: due rivoluzioni nel mondo dell’information security.

Sì, ma spero che i loro effetti vadano oltre la sfera tecnologica. Mi spiego meglio. Spesso è la tecnologia a guidare la politica e non viceversa. I politici basano le loro scelte su tanti parametri, e la tecnologia disponibile al momento è uno di quelli. Noi ingegneri abbiamo la responsabilità di progettare cose che non stringano soltanto la mano ai politici, ma che possano apportare effettivi benefici alla società.

Ora che la Guerra fredda è finita, chi ha bisogno di privacy?

Tutti, senza dubbio, e molto più di prima. Con la diffusione indiscriminata delle tecnologie di sorveglianza oggi tutti hanno bisogno di proteggere attivamente la propria privacy. Pensiamo alle telecamere per strada, alle intercettazioni, all’attività di profilazione dell’utenza attraverso le carte di credito, per arrivare ai social network, con le proprie opinioni e le proprie fotografie personali in bella vista sul web. Quello che siamo, sotto tutti gli aspetti, è ora accessibile a moltissime persone.

La crittografia è la soluzione?

La crittografia è anche la soluzione, ma da sola non basta: non puoi criptare la tua faccia purtroppo. E’ necessario affrontare questi problemi a livello politico, non solo tecnologico.

Secondo te c’è la volontà politica di difendere la privacy dei cittadini?

Non abbastanza, ma intravedo degli spiragli. I cittadini devono impegnarsi in prima persona a spingere i loro politici a fermare questa smania di controllo. In Europa la situazione è migliore rispetto agli Usa: esistono delle specifiche Commissioni per la Privacy (Un buon riassunto della normativa europea in tema di Privacy su www.privacy.it). Gli europei dovrebbero utilizzare le loro Commissioni con più forza per arginare la sorveglianza dello Stato. Purtroppo manca ancora molta sensibilità su questi temi.

Come vedi il futuro dell’information security?

Ora che la crittografia ha raggiunto un buon livello di affidabilità e di specializzazione dobbiamo lavorare per prevenire efficacemente che del software maligno si installi sui computer mettendo a rischio i dati presenti. Gli anti-virus attuali sono lontani dall’arginare attacchi mirati. Sarebbe molto utile stilare una Whitelist dei programmi sicuri, ancor più che scrivere le Blacklist di virus.

Che cosa muove la ricerca tecnologica?

I problemi e la loro percezione su scala globale. Le necessità e i numeri. Per esempio ora si sta lavorando molto sull’energia rinnovabile e sul riscaldamento globale.

Stai lavorando a qualche progetto in questo momento?

Negli ultimi anni mi sono dedicato a promuovere il progetto Zfone, sulla telefonia criptata, che mi ha portato a collaborare con diversi partner esterni, che ricerco sempre. Però a questo punto della mia vita mi piacerebbe anche uscire dal mio campo. Tutti mi conoscono come un ‘cryptoguy’ ma ora vorrei misurarmi con qualcosa di diverso. Mi interessa molto la lotta ai cambiamenti climatici. Sto studiando. La famosa Saturn della General Motors è nata da uno skunk works.

Innovazione americana ed europea a confronto.

Parlando di innovazione americana non si può non pensare alla Silicon Valley, la cui cultura e le cui politiche imprenditoriali fanno scuola in tutto il mondo. In Silicon Valley c’è la tecnologia, il Venture capital e molte competenze d’eccellenza concentrate in un’area geografica ristretta. Ma il vero segreto credo sia una sorta di ‘cowboy mentality’, il coraggio di osare con fiducia, l’audacia dell’innovazione.

Quindi forza cowboys?

Beh, non proprio. Il successo degli Usa, soprattutto a livello di innovazione tecnologica, si è sempre basato su un forte individualismo, puro capitalismo, che, se da una parte ha consentito lo sviluppo di aziende di successo, dall’altra ha costruito una società molto diseguale e un’economia instabile, ora più che mai è sotto gli occhi di tutti. In Europa vedo un maggiore senso di comunità e assistenza reciproca che noi americani dovremmo mutuare se vogliamo davvero risollevarci.

Stai veramente dicendo, tu, cittadino americano, che gli Stati Uniti d’America hanno qualcosa da imparare dall’Europa?

Certo, e non mi fermo qui. Anche una maggior apertura dell’America alla cultura europea, anzi, alle culture europee, sarebbe utile e importante. Ma siamo ancora troppo nazionalisti. Vi faccio un esempio emblematico, che proviene dalle nostre ultime elezioni: la stragrande maggioranza degli elettori di Bush non aveva il passaporto. Moltissimi americani non ce l’hanno, perché non hanno alcuna prospettiva internazionale. Io non vi dico per chi ho votato, ma il passaporto ce l’ho e lo rinnovo spesso!

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